L'abito da sposo: istruzioni per l'uso!

L'abito da sposo: istruzioni per l'uso!



Tight
Indicato per le cerimonie celebrate nel mattino o nel primo pomeriggio, il tight è costituito da una giacca in fresco lana nelle nuances del nero/grigio con code larghe, fasciante sui fianchi e da indossare rigorosamente allacciata. I pantaloni sono in gessato grigio e nero. Con il tight è d'obbligo il doppio petto, sempre e rigorosamente in tinta unica, tono su tono o nelle tonalità più chiare per dar luce all'intero completo.
Fondamentale sarà la scelta della camicia, ovviamente bianca (o avorio), con polsini da gemelli e colletto rigido.
  • La cravatta
sarà grigia ad Ascot (o plastron) fermata dal classico spillo con la perla.
  • Le calze
saranno nere o antracite, in cotone, filo di scozia o seta e al ginocchio, con scarpe stringate in pelle nera.
Con il tight lo sposo è consigliabile portare all'occhiello una gardenia o un garofano bianco, in simboli di fedeltà, ma nulla esclude la possibilità di usare una bottonier ispirata al bouquet della sposa.




Esiste anche un'opzione meno “formale” al tight, ovvero il mezzo tight con un taglio identico, ma a mezza coda. In questo caso si possono evitare i guanti ed il cilindro.


Il galateo suggerisce allo sposo di indossare il tight così come ai padri, ai testimoni e ai fratelli degli sposi.





Frac
Per quanto concerne la cerimonia pomeridiana o serale, l'abito ideale sarà il Frac (o marsina), caratterizzato dalle code a rondine.
Il frac deriva da un modello settecentesco e prevede: giacca blu scuro o nera, con coda, pantaloni con banda di raso, panciotto bianco in piquet, camicia con sparato inamidato e colletto diplomatico, il farfallino o papillon, anch'esso in piquet bianco (se nero si darebbe vita al famosissimo smoking).
Gli accessori consigliati per il frac sono:
  • gemelli di madreperla bianca o dorati;
  • scarpe in vernice nera (ideali le celebri “pump” con fiocco);
  • calze nere al ginocchio;
  • cappello a cilindro;
  • guanti bianchi;
  • bastone da passeggio, magari con un pomello prezioso;
  • fazzoletto da taschino (o pochette) possibilmente bianco e di seta, preferibilmente piegato a sbuffo o a tre punte.
  • sciarpa bianca, anch'essa in seta o, nei mesi più freddi, di cashmere o lana pettinata.
  • sempre nei mesi invernali, sarà opportuno munirsi di un soprabito o cappa, di lana, cashmere o seta, a pipistrello o ruota. Non è vietato il più classico cappotto modello chesterfield.




Abito classico
(completo tre pezzi)
Un abito classico ma con giacca rigorosamente monopetto, senza spacchi e con tasche a filetto ed in tessuto pettinato.

I colori consigliati sono il sempre elegantissimo blu, il classico nero o l'intramontabile grigio.

Il pantalone sarà senza rivolto, mentre la camicia avrà colletto morbido e sarà possibile abbinare una cravatta con un'impercettibile fantasia, con pochette nel taschino della giacca in lino bianco (sconsigliatissimo il coordinato tra pochette e cravatta!).
Gli accessori saranno da scegliere fra quelli consigliati per il tight.

Il bianco non è un privilegio della sposa: se la cerimonia è in estate l’abito bianco in seta o lino è perfetto anche per lui, che lo potrà indossare con una cravatta grigia o comunque monocromatica, magari ricercando tessiture più particolari.

Lo sposo dovrà scegliere un completo nello stesso stile d’abbigliamento della sposa ma, poiché lui non potrà vedere l’abito di lei fino al fatidico giorno (per scaramanzia), sarà opportuno che si faccia consigliare nella scelta da qualcuno della famiglia o delle amiche di lei che sia al corrente dei gusti e delle scelte o ovviamente dai propri Wedding planners, che sapranno coadiuvarlo nella scelta del completo più giusto per quello che sarà il giorno più importante per lui e la sua futura sposa.



Ci terrei inoltre ad indicare al potenziale sposo e perché no, anche a tutte quelle spose, che sempre più spesso curano il “look” degli sposi, una sorta di piccolo glossario da tenere sempre in mente quando si acquista un abito da uomo:

Drop: il drop è una sigla che indica il tipo di vestibilità di un abito , giacca e pantalone, in Italia , una convenzione utilizzata da tutte le grandi aziende di confezione. Esso può andare dalla 9 al 10, ma le numerazioni più frequenti e nella media sono quelle del 6 ed il 7, dove il:

Drop 6: e'il tipo di vestibilità base , normale, per uomini di proporzioni regolari, fra circonferenza vita , spalle e altezza. Rappresenta l’80% circa della produzione totale della confezione in Italia.

Drop 7: è il tipo di vestibilità adatta ad una persona magra ed alta, la giacca e il pantalone sono più stretti del drop6 e più lunghi.

Drop “0”: è il tipo di vestibilità adatto ad una persona panciuta , la giacca ed il pantalone sono più larghi del regolare e più corti.

GRAMMATURA: La grammatura è il peso, espresso in grammi, di un metro quadro di tessuto e costituisce una indicazione del quantitativo complessivo di fibra presente nel tessuto e quindi della qualità dell'abito stesso.

IL MATRIMONIO CIVILE

Premesso che i matrimoni civili sono numericamente in aumento negli ultimi 10 anni e che sempre più coppie scelgono per principi personali o per esigenza il rito civile per il loro "Sì", abbiamo pensato di dare qualche delucidazioni riguardo quello che fino a poco tempo fa era considerato il "mezzo-matrimonio", per via della mancata sacralità e maestosità che solo il matrimonio religioso poteva dare... Ora forse, non è più così! (Troverete nelle ultime righe delle curiosità molto interessanti).

Le formalità preliminari al matrimonio civile




Una volta scelta la data del matrimonio, occorre sbrigare alcune semplici formalità burocratiche

  1. Come prima cosa dovete recarvi con almeno un paio di mesi di anticipo presso il vostro Comune di residenza per firmare il documento di autocertificazione con tutti i vostri dati personali (identità, nascita, residenza ecc...) e richiedere quindi un secondo appuntamento per effettuare quella che viene chiamata 'Promessa di matrimonio' (o giuramento).
  2. A seguito di questo primo incontro il vostro Comune si attiverà per richiedere tutta la documentazione necessaria e, quando pronta, vi contatterà per fissare una data per la Promessa di matrimonio; in quel giorno dichiarerete semplicemente di volervi sposare liberamente.
  3. Il giorno della Promessa occorrerà la presenza di un testimone (non necessariamente quello delle nozze) e di un genitore (per la dichiarazione di non consanguineità dei futuri sposi), entrambi muniti di un documento di riconoscimento valido. In alternativa, se non fosse possibile la presenza di un genitore, è sufficiente presentare la copia integrale dell'atto di nascita (da richiedere al proprio Comune di nascita). Le pubblicazioni rimarranno affisse per 8 giorni consecutivi (non è più necessario che siano incluse 2 domeniche consecutive) sia presso il vostro Comune di residenza sia eventualmente presso tutti i comuni presso i quali avete abitato nell'ultimo anno. Le pubblicazioni conterranno le vostre generalità e il luogo in cui verrà celebrato il matrimonio. Terminato il periodo dell'affissione, dopo 4 giorni riceverete il nulla osta per sposarvi; la celebrazione dovrà comunque avvenire entro un termine massimo di 180 giorni. Allo scadere degli 180 giorni occorrerà rifare l'iter burocratico da capo.

In alcuni casi potrà essere necessario fornire al Comune della documentazione aggiuntiva rispetto a quella sopra citata:

  • uno o entrambi i nubendi sono vedovi: copia integrale dell'atto di morte del precedente coniuge.
  • uno o entrambi i nubendi sono minori di almeno 16 anni di età: decreto di autorizzazione del tribunale dei Minori.
  • uno o entrambi i nubendi sono divorziati: copia integrale dell'atto di matrimonio precedente completo dall'annotazione della sentenza di scioglimento.
  • uno o entrambi i nubendi sono stranieri appartenenti all'Unione Europea:nulla osta o certificato di capacità matrimoniale rilasciato dal Consolato o dall'Ambasciata del proprio Paese d'origine. Per i cittadini svizzeri e austriaci occorre inoltre fornire atto di nascita (con traduzione non anteriore ai 6 mesi), certificati di cittadinanza e residenza e passaporto.
  • uno o entrambi i nubendi sono stranieri non appartenenti all'Unione Europea: certificato di capacità matrimoniale rilasciato dal Consolato o dall'Ambasciata del proprio Paese d'origine con l'autentica della Prefettura competente. Per i cittadini stranieri residenti in Italia occorre presentare anche il certificato di stato libero e di residenza in carta da bollo.





Le regole del rito nel matrimonio civile


CHI LO CELEBRA
In Italia il matrimonio civile viene celebrato dall'Ufficiale dello Stato civile che per l'occasione deve indossare la fascia tricolore.
Una vecchia legge del 1939 in realtà consente a qualunque cittadino italiano maggiorenne di poter celebrare il matrimonio, quindi in Italia volendo è possibile farsi sposare da un proprio amico o amica.
Il titolare della funzione può delegare le proprie competenze a uno o più consiglieri o ad altra persona che abbia i requisiti per la nomina a consigliere comunale'
Questa possibilità viene conservata anche nel DPR n. 396 del 3 novembre 2000 che, all'articolo 1, comma 3, dice: 'Le funzioni di ufficiale dello stato civile possono essere delegate ai dipendenti a tempo indeterminato del Comune, previo superamento di apposito corso, o al presidente della Circoscrizione ovvero a un consigliere comunale che esercita le funzioni nei quartieri o nelle frazioni, o al segretario comunale. Per il ricevimento del giuramento di cui all'articolo 10 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, e per la celebrazione del matrimonio, le funzioni di ufficiale dello stato civile possono essere delegate anche a uno o più consiglieri o assessori comunali o a cittadini italiani che hanno i requisiti per la elezione a consigliere comunale'.

IL LUOGO DELLA CELEBRAZIONE
In Italia il matrimonio civile può essere celebrato esclusivamente all'interno della casa comunale del proprio Comune di residenza o di altro Comune, se viene fatta la richiesta.
Vengono concesse deroghe solo nel caso in cui uno dei due sposi sia impossibilitato, per infermità o per grave impedimento giustificato, a recarsi presso la casa comunale.
La crescente diffusione delle celebrazioni civili però ha spinto negli ultimi anni numerosi comuni italiani a eleggere a casa comunale luoghi diversi dal Municipio. Questi luoghi si caratterizzano di solito per la loro particolare bellezza e per la loro suggestività, come ad esempio castelli, palazzi storici, ville di pregio o chiese sconsacrate. Non temete quindi di dover celebrare il vostro Gran Giorno in una location fredda e spoglia, in molti casi anzi potrà risultare persino più romantica e di atmosfera di molte chiese. Alcuni luoghi inoltre offrono la possibilità di celebrare la funzione all'aperto, in splendidi giardini e sotto gazebi fioriti.
Se il luogo che avete scelto non ha l'autorizzazione del Comune, potete sempre pensare di sbrigare le formalità legali in presenza dei soli testimoni in Comune e poi rappresentare la celebrazione in presenza dei vostri invitati nel luogo che più vi piace e con tutte le personalizzazioni che vorrete. Questa modalità viene chiamata Matrimonio Laico-Umanista (clicca qui per saperne di più).
Ricordiamo infine che in molti casi le case comunali si trovano all'interno di palazzi storici di elevato valore artistico e a volte possono costituire delle location di primissima scelta.

IL RITO
Il rito del matrimonio civile ha una durata media di circa 15-20 minuti, quindi un po' inferiore rispetto alla sua versione religiosa. Nei comuni più piccoli però, dove il numero di celebrazioni giornaliere è più basso rispetto alle grandi città,è possibile concordare con l'Ufficiale di stato civile alcune personalizzazioni della cerimonia che consentono sia di allungarne la durata sia, soprattutto, di renderla più emozionante e suggestiva.
Descriviamo di seguito il rito classico della cerimonia civile, rimandando a un'altra sezione del nostro sito gli spunti per eventuali personalizzazioni.


  1. Agli sposi viene richiesta puntualità, quindi anche la sposa dovrà arrivare in Municipio in perfetto orario.
  2. Gli invitati e i testimoni faranno ingresso per primi all'interno della sala. Gli invitati si disporranno secondo la tradizione, ovvero a sinistra siederanno gli invitati della sposa e a destra quelli dello sposo. I testimoni, che dovranno avere con sé un documento di identità valido, dichiareranno le loro generalità e si siederanno ai posti che l'ufficiale di stato civile gli indicherà. La legge consente di avere solo un testimone a testa; spesso però per ragioni affettive o simboliche gli sposi ne scelgono due per ciascuno, lasciando la formalità della firma sul registro solo a uno dei due.
  3. Lo sposo farà il suo ingresso assieme alla madre o da solo e attenderà la sposa accanto al tavolo del sindaco o dell'ufficiale di stato civile.
  4. La sposa farà il suo ingresso a braccetto del padre e raggiungerà il tavolo dell'officiante dove già si trova lo sposo. In alternativa, gli sposi potranno scegliere di entrare assieme.
  5. Se non è già presente in sala, all'ingresso del sindaco o dell'assessore sposi e invitati dovranno alzarsi in piedi.
  6. Dopo i saluti iniziali, la cerimonia vera e propria inizierà con la lettura degli articoli del Codice Civile:
    • art.143 c.c. 'Diritti e doveri reciproci dei coniugi': 'Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri (Cost. artt. 29, 30). Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione. Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia'.),
    • art.144 c.c.'Indirizzo della vita familiare e residenza della famiglia': 'I coniugi concordano tra loro l'indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa. A ciascuno spetta il potere di attuare l'indirizzo concordato'.),
    • art.147 c.c. 'Doveri verso i figli': 'Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l'obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli'. ).
  7. Seguirà la tradizionale domanda di rito 'Vuoi tu', alla quale entrambi gli sposi saranno chiamati a rispondere.
  8. Dopo che entrambi gli sposi avranno risposto, ci sarà la dichiarazione di unione e verrà effettuato lo scambio delle fedi nuziali.
  9. L'officiante darà quindi lettura dell'atto matrimoniale, in cui verrà inoltre dichiarato il regime patrimoniale scelto dagli sposi (comunione o separazione dei beni).
  10. Seguirà la firma dei registri da parte degli sposi e dei loro testimoni.
  11. La cerimonia si concluderà con un breve discorso di auguri da parte dell'officiante.





Curiosità

Da qualche anno a questa parte la grande inventiva italiana e la sempre più crescente percentuale di matrimoni civili, hanno portato a delle novità davvero particolari e spesso suggestive.

Stiamo parlando del matrimonio a Teatro e della possibilità di sposarsi in apposite locations che dispongono di un' apposita convenzione comunale che permette loro di poter celebrare in loco il rito civile validamente.

Per la lista dei teatri e delle locations (castelli, ville, palazzi storici ecc...) di ogni regione italiana non esitate a contattarci e saremo felici di aiutarvi a trovare la soluzione perfetta per le vostre esigenze!
In ultimo, ma non certo per la sua importanza, cogliamo l' occasione per consigliarvi come sempre di affidarvi a dei Wedding Planners professionisti per l' organizzazione del vostro matrimonio e per tutto ciò che riguarda preparativi e design dell' evento (allestimenti, fiori ecc...).





Fonte: www.ilmatrimoniocivile.

Il galateo e le bomboniere

Ormai è un'abitudine che le bomboniere vengano consegnate dalla sposa alla fine del ricevimento, ma in realtà, volendo seguire le regole del galateo e del bon ton, la procedura dovrebbe essere diversa
La scelta delle bomboniere dovrebbe essere esclusivamente della sposa, la quale dovrebbe anche ordinarle.Estremamente scortese e maleducato è inviarle insieme alla partecipazione.
Sembrerebbe quasi un invito al regalo,ed il Galateo non lo permette.

 Le bomboniere devono essere tutte uguali per evitare favoritismi tra gli invitati
Un tempo era la sposa a distribuirli insieme allo sposo con un cucchiaio d’argento. Adesso invece si danno già confezionati. Devono essere rigorosamente bianchi e messi all’interno del porta-confetti in numero dispari. Il numero minimo di confetti è uno, che sta a simboleggiare l’unicità dell’evento. Poi se ne possono mettere 3, che identificano la coppia e il primo figlio. Infine 5 che significa: felicità, lunga vita, salute, fertilità, ricchezza. Per i più golosi se ne possono mettere quanti ne desiderano.Ovviamente è permesso fare delle bomboniere particolari per gli amici più stretti ed i testimoni. Le bomboniere, andrebbero spedite 20 giorni dopo o al ritorno dalla Luna di miele. Agli invitati non presenti alla cerimonia,andrebbero spedite entro una dicina di giorni. La confezione può essere come più si preferisce e questo è forse l’unico tema del matrimonio dove anche l’eccesso se, con buon gusto, può essere veramente apprezzato. In ogni caso dovrebbero avere all’interno oltre ai confetti, un bigliettino con scritto il nome della sposa e dello sposo, mai i cognomi, solo i nomi con la data del matrimonio.
Le origini:

La "bomboniera", il cui nome deriva dal francesè "bon-bon" (dolcetto), nasce in Italia alla fine del XV secolo . I nobili erano soliti portare dei cofanetti per contenere dolci e caramelle a base di zucchero, sostanza importata dalle Indie e molto costosa a quel tempo. I meno ricchi si accontentavano di sacchetti di carta o di stoffa, contenenti dei dolci.
Ma è solo nel 1896, con le nozze tra Vittorio Emanuele, principe di Napoli e futuro Re d'Italia, ed Elena del Montenegro che la bomboniera diventa oggetto di dono degli sposi per gli invitati, e quindi nasce la tradizione come oggi la conosciamo, che è quella di ricordare il giorno del matrimonio e di ringraziamento per i doni ricevuti

Il Galateo

"L'eleganza del comportamento è conseguenza di un sereno dominio delle inclinazioni naturali..." - Mons. Giovanni della Casa. (Galeazzo Florimonte)
Mons. Giovanni della Casa (Galeazzo Florimonte)

    In italiano il termine galateo definisce l'insieme di norme comportamentali con cui si identifica la buona educazione: è un codice che stabilisce le aspettative del comportamento sociale, la norma convenzionale. Sinonimi sono etichetta e bon ton. Il nome galateo deriva da quello del primo trattato sull'argomento, il Galateo overo de' costumi di Mons. Giovanni della Casa pubblicato nel 1558. In molti paesi il termine impiegato è connesso con l'italiano etichetta e il francese étiquette, il quale a sua volta è un diminutivo di etica (quel ramo della filosofia che si occupa di ciò che è buono, giusto o moralmente corretto): si tratta infatti di un'etica "minore" applicata non ai grandi problemi della vita morale ma ai semplici problemi della vita di ogni giorno. In generale, il galateo è un codice fondamentalmente un codice non scritto, anche se può in alcuni casi dar luogo a codificazioni scritte.
    Brevi brani tratti dal "Trattato di Messer Giovanni Della Casa, nel quale sotto la persona d'un vecchio idiota ammaestrante un suo giovinetto, si ragiona dei modi che si debbono o tenere o schifare nella comune conversazione, cognominato Galateo ovvero dei costumi" (titolo completo dell' opera più comunemente conosciuta come "De' costumi"):
    I [1] Con ciò sia cosa che tu incominci pur ora quel viaggio del quale io ho la maggior parte, sì come tu vedi, fornito, cioè questa vita mortale, amandoti io assai, come io fo, ho proposto meco medesimo di venirti mostrando quando un luogo e quando altro, dove io, come colui che gli ho sperimentati, temo che tu, caminando per essa, possi agevolmente o cadere, o come che sia, errare: acciò che tu, ammaestrato da me, possi tenere la diritta via con la salute dell'anima tua e con laude et onore della tua orrevole e nobile famiglia. [2] E perciò che la tua tenera età non sarebbe sufficiente a ricevere più prencipali e più sottili ammaestramenti, riserbandogli a più convenevol tempo, io incomincerò da quello che per aventura potrebbe a molti parer frivolo: cioè quello che io stimo che si convenga di fare per potere, in comunicando et in usando con le genti, essere costumato e piacevole e di bella maniera: il che non di meno è o virtù o cosa a virtù somigliante. [3] E come che l'esser liberale o constante o magnanimo sia per sé sanza alcun fallo più laudabil cosa e maggiore che non è l'essere avenente e costumato, non di meno forse che la dolcezza de' costumi e la convenevolezza de' modi e delle maniere e delle parole giovano non meno a' possessori di esse che la grandezza dell'animo e la sicurezza altresì a' loro possessori non fanno: perciò che queste si convengono essercitare ogni dì molte volte, essendo a ciascuno necessario di usare con gli altri uomini ogni dì et ogni dì favellare con esso loro; ma la giustitia, la fortezza e le altre virtù più nobili e maggiori si pongono in opera più di rado; né il largo et il magnanimo è astretto di operare ad ogni ora magnificamente, anzi non è chi possa ciò fare in alcun modo molto spesso; e gli animosi uomini e sicuri similmente rade volte sono constretti a dimostrare il valore e la virtù loro con opera. [4] Adunque, quanto quelle di grandezza e quasi di peso vincono queste, tanto queste in numero et in ispessezza avanzano quelle: e potre' ti, se egli stesse bene di farlo, nominare di molti, i quali, essendo per altro di poca stima, sono stati, e tuttavia sono, apprezzati assai per cagion della loro piacevole e gratiosa maniera solamente; dalla quale aiutati e sollevati, sono pervenuti ad altissimi gradi, lasciandosi lunghissimo spatio adietro coloro che erano dotati di quelle più nobili e più chiare virtù che io ho dette. [5] E come i piacevoli modi e gentili hanno forza di eccitare la benivolenza di coloro co' quali noi viviamo, così per lo contrario i zotichi e rozzi incitano altrui ad odio et a disprezzo di noi. [6] Per la qual cosa, quantunque niuna pena abbiano ordinata le leggi alla spiacevolezza et alla rozzezza de' costumi (sì come a quel peccato che loro è paruto leggieri, e certo egli non è grave), noi veggiamo non di meno che la natura istessa ce ne castiga con aspra disciplina, privandoci per questa cagione del consortio e della benivolenza degli uomini: e certo, come i peccati gravi più nuocono, così questo leggieri più noia o noia almeno più spesso; e sì come gli uomini temono le fiere salvatiche e di alcuni piccioli animali, come le zanzare sono e le mosche, niuno timore hanno, e non di meno, per la continua noia che eglino ricevono da loro, più spesso si ramaricano di questi che di quelli non fanno, così adiviene che il più delle persone odia altrettanto gli spiacevoli uomini et i rincrescevoli quanto i malvagi, o più. [7] Per la qual cosa niuno può dubitare che a chiunque si dispone di vivere non per le solitudini o ne' romitorii, ma nelle città e tra gli uomini, non sia utilissima cosa il sapere essere ne' suoi costumi e nelle sue maniere gratioso e piacevole; sanza che le altre virtù hanno mestiero di più arredi, i quali mancando, esse nulla o poco adoperano; dove questa, sanza altro patrimonio, è ricca e possente, sì come quella che consiste in parole et in atti solamente. II [8] Il che acciò che tu più agevolmente apprenda di fare, dèi sapere che a te convien temperare et ordinare i tuoi modi non secondo il tuo arbitrio, ma secondo il piacer di coloro co' quali tu usi, et a quello indirizzargli; e ciò si vuol fare mezzanamente, perciò che chi si diletta di troppo secondare il piacere altrui nella conversatione e nella usanza, pare più tosto buffone o giucolare, o per aventura lusinghiero, che costumato gentiluomo. [9] Sì come, per lo contrario, chi di piacere o di dispiacere altrui non si dà alcun pensiero è zotico e scostumato e disavenente. [10] Adunque, con ciò sia che le nostre maniere sieno allora dilettevoli, quando noi abbiamo risguardo all'altrui e non al nostro diletto, se noi investigheremo quali sono quelle cose che dilettano generalmente il più degli uomini, e quali quelle che noiano, potremo agevolmente trovare quali modi siano da schifarsi nel vivere con esso loro e quali siano da eleggersi. [11] Diciamo adunque che ciascun atto che è di noia ad alcuno de' sensi, e ciò che è contrario all'appetito, et oltre a ciò quello che rappresenta alla imaginatione cose male da lei gradite, e similmente ciò che lo 'ntelletto have a schifo, spiace e non si dèe fare. III [12] Perciò che non solamente non sono da fare in presenza degli uomini le cose laide o fetide o schife o stomachevoli, ma il nominarle anco si disdice; e non pure il farle et il ricordarle dispiace, ma etiandio il ridurle nella imaginatione altrui con alcuno atto suol forte noiar le persone. [13] E perciò sconcio costume è quello di alcuni che in palese si pongono le mani in qual parte del corpo vien lor voglia. [14] Similmente non si conviene a gentiluomo costumato apparecchiarsi alle necessità naturali nel conspetto degli uomini; né, quelle finite, rivestirsi nella loro presenza; né pure, quindi tornando, si laverà egli per mio consiglio le mani dinanzi ad onesta brigata, con ciò sia che la cagione per la quale egli se le lava rappresenti nella imagination di coloro alcuna bruttura. [15] E per la medesima cagione non è dicevol costume, quando ad alcuno vien veduto per via (come occorre alle volte) cosa stomachevole, il rivolgersi a' compagni e mostrarla loro. [16] E molto meno il porgere altrui a fiutare alcuna cosa puzzolente, come alcuni soglion fare con grandissima instantia, pure accostandocela al naso e dicendo: - Deh, sentite di gratia come questo pute! -; anzi doverebbon dire: - Non lo fiutate, perciò che pute -. [17] E come questi e simili modi noiano quei sensi a' quali appartengono, così il dirugginare i denti, il sufolare, lo stridere e lo stropicciar pietre aspre et il fregar ferro spiace agli orecchi, e dèesene l'uomo astenere più che può. [18] E non sol questo; ma dèesi l'uomo guardare di cantare, specialmente solo, se egli ha la voce discordata e difforme; dalla qual cosa pochi sono che si riguardino, anzi, pare che chi meno è a ciò atto naturalmente più spesso il faccia. [19] Sono ancora di quelli che, tossendo e starnutendo, fanno sì fatto lo strepito che assordano altrui; e di quelli che, in simili atti, poco discretamente usandoli, spruzzano nel viso a' circonstanti; e truovasi anco tale che, sbadigliando, urla o ragghia come asino; e tale con la bocca tuttavia aperta vuol pur dire e seguitare suo ragionamento e manda fuori quella voce (o più tosto quel romore) che fa il mutolo quando egli si sforza di favellare: le quali sconce maniere si voglion fuggire come noiose all'udire et al vedere. [20] Anzi dèe l'uomo costumato astenersi dal molto sbadigliare, oltra le predette cose, ancora perciò che pare che venga da un cotal rincrescimento e da tedio, e che colui che così spesso sbadiglia amerebbe di esser più tosto in altra parte che quivi, e che la brigata, ove egli è, et i ragionamenti et i modi loro gli rincrescano. [21] E certo, come che l'uomo sia il più del tempo acconcio a sbadigliare, non di meno, se egli è soprapreso da alcun diletto o da alcun pensiero, egli non ha mente di farlo; ma, scioperato essendo et accidioso, facilmente se ne ricorda; e perciò, quando altri sbadiglia colà dove siano persone ociose e sanza pensiero, tutti gli altri, come tu puoi aver veduto far molte volte, risbadigliano incontinente, quasi colui abbia loro ridotto a memoria quello che eglino arebbono prima fatto, se essi se ne fossino ricordati. [22] Et io ho sentito molte volte dire a' savi litterati che tanto viene a dire in latino «sbadigliante» quanto ‘neghittoso' e ‘trascurato'. [23] Vuolsi adunque fuggire questo costume, spiacevole - come io ho detto - agli occhi et all'udire et allo appetito; perciò che, usandolo, non solo facciamo segno che la compagnia con la qual dimoriamo ci sia poco a grado, ma diamo ancora alcun indicio cattivo di noi medesimi, cioè di avere addormentato animo e sonnacchioso; la qual cosa ci rende poco amabili a coloro co' quali usiamo. [24] Non si vuole anco, soffiato che tu ti sarai il naso, aprire il moccichino e guatarvi entro, come se perle o rubini ti dovessero esser discesi dal cielabro, che sono stomachevoli modi et atti a fare, non che altri ci ami, ma che se alcuno ci amasse, si dis[inn]amori: sì come testimonia lo spirito del Labirinto (chi che egli si fosse), il quale, per ispegnere l'amore onde messer Giovanni Boccaccio ardea di quella sua male da lui conosciuta donna, gli racconta come ella covava la cenere sedendosi in su le calcagna e tossiva et isputava farfalloni. [25] Sconvenevol costume è anco, quando alcuno mette il naso in sul bicchier del vino che altri ha a bere, o su la vivanda che altri dèe mangiare, per cagion di fiutarla; anzi non vorre' io che egli fiutasse pur quello che egli stesso dèe bersi o mangiarsi, poscia che dal naso possono cader di quelle cose che l'uomo ave a schifo, etiandio che allora non caggino. [26] Né per mio consiglio porgerai tu a bere altrui quel bicchier di vino al quale tu arai posto bocca et assaggiatolo, salvo se egli non fosse teco più che domestico; e molto meno si dèe porgere pera o altro frutto nel quale tu arai dato di morso. [27] E non guardare perché le sopra dette cose ti paiano di picciolo momento, perciò che anco le leggieri percosse, se elle sono molte, sogliono uccidere. IV [28] E sappi che in Verona ebbe già un Vescovo molto savio di scrittura e di senno naturale, il cui nome fu messer Giovanni Matteo Giberti, il quale fra gli altri suoi laudevoli costumi si fu cortese e liberale assai a' nobili gentiluomini che andavano e venivano a lui, onorandogli in casa sua con magnificenza non soprabondante, ma mezzana, quale conviene a cherico. [29] Avenne che, passando in quel tempo di là un nobile uomo, nomato Conte Ricciardo, egli si dimorò più giorni col Vescovo e con la famiglia di lui, la quale era per lo più di costumati uomini e scientiati. [30] E perciò che gentilissimo cavaliere parea loro e di bellissime maniere, molto lo commendarono et apprezzarono; se non che un picciolo difetto avea ne' suoi modi; del quale essendosi il Vescovo - che intendente signore era - avveduto et avutone consiglio con alcuno de' suoi più domestichi, proposero che fosse da farne aveduto il Conte, come che temessero di fargliene noia. [31] Per la qual cosa, avendo già il Conte preso commiato e dovendosi partir la matina vegnente, il Vescovo, chiamato un suo discreto famigliare, gli impose che, montato a cavallo col Conte, per modo di accompagnarlo, se ne andasse con esso lui alquanto di via; e, quando tempo gli paresse, per dolce modo gli venisse dicendo quello che essi aveano proposto tra loro. [32] Era il detto famigliare uomo già pieno d'anni, molto scientiato et oltre ad ogni credenza piacevole e ben parlante e di gratioso aspetto, e molto avea de' suoi dì usato alle corti de' gran signori: il quale fu (e forse ancora è) chiamato m(esser) Galateo, a petition del quale e per suo consiglio presi io da prima a dettar questo presente trattato. [33] Costui, cavalcando col Conte, lo ebbe assai tosto messo in piacevoli ragionamenti; e di uno in altro passando, quando tempo gli parve di dover verso Verona tornarsi, pregandonelo il Conte et accommiatandolo, con lieto viso gli venne dolcemente così dicendo: - Signor mio, il Vescovo mio signore rende a V(ostra) S(ignoria) infinite gratie dell'onore che egli ha da voi ricevuto; il quale degnato vi siete di entrare e di soggiornar nella sua picciola casa. [34] Et oltre a ciò, in riconoscimento di tanta cortesia da voi usata verso di lui, mi ha imposto che io vi faccia un dono per sua parte, e caramente vi manda pregando che vi piaccia di riceverlo con lieto animo; et il dono è questo. [35] Voi siete il più leggiadro et il più costumato gentiluomo che mai paresse al Vescovo di vedere; per la qual cosa, avendo egli attentamente risguardato alle vostre maniere et essaminatole partitamente, niuna ne ha tra loro trovata che non sia sommamente piacevole e commendabile, fuori solamente un atto difforme che voi fate con le labra e con la bocca, masticando alla mensa con un nuovo strepito molto spiacevole ad udire. [36] Questo vi manda significando il Vescovo e pregandovi che voi v'ingegniate del tutto di rimanervene e che voi prendiate in luogo di caro dono la sua amorevole riprensione et avertimento; perciò che egli si rende certo niuno altro al mondo essere che tale presente vi facesse. [37] - Il Conte, che del suo difetto non si era ancora mai aveduto, udendoselo rimproverare, arrossò così un poco, ma, come valente uomo, assai tosto ripreso cuore, disse: - Direte al Vescovo che, se tali fossero tutti i doni che gli uomini si fanno infra di loro, quale il suo è, eglino troppo più ricchi sarebbono che essi non sono. [38] E di tanta sua cortesia e liberalità verso di me ringratiatelo sanza fine, assicurandolo che io del mio difetto sanza dubbio per innanzi bene e diligentemente mi guarderò; et andatevi con Dio -. V [39] Ora, che crediamo noi che avesse il Vescovo e la sua nobile brigata detto a coloro che noi veggiamo talora a guisa di porci col grifo nella broda tutti abbandonati non levar mai alto il viso e mai non rimuover gli occhi, e molto meno le mani, dalle vivande? E con amendue le gote gonfiate, come se essi sonassero la tromba o soffiassero nel fuoco, non mangiare, ma trangugiare: [40] i quali, imbrattandosi le mani poco meno che fino al gomito, conciano in guisa le tovagliuole che le pezze degli agiamenti sono più nette? Con le quai tovagliuole anco molto spesso non si vergognano di rasciugare il sudore che, per lo affrettarsi e per lo soverchio mangiare, gocciola e cade loro dalla fronte e dal viso e d'intorno al collo, et anco di nettarsi con esse il naso, quando voglia loro ne viene? [41] Veramente questi così fatti non meritarebbono di essere ricevuti, non pure nella purissima casa di quel nobile Vescovo, ma doverebbono essere scacciati per tutto là dove costumati uomeni fossero. Dèe adunque l'uomo costumato guardarsi di non ugnersi le dita sì che la tovagliuola ne rimanga imbrattata, perciò che ella è stomachevole a vedere; et anco il fregarle al pane che egli dèe mangiare, non pare polito costume. [42] I nobili servidori, i quali si essercitano nel servigio della tavola, non si deono per alcuna conditione grattare il capo né altrove dinanzi al loro signore quando e' mangia, né porsi le mani in alcuna di quelle parti del corpo che si cuoprono, né pure farne sembiante, sì come alcuni trascurati famigliari fanno, tenendosele in seno, o di dirieto nascoste sotto a' panni; ma le deono tenere in palese e fuori d'ogni sospetto, et averle con ogni diligenza lavate e nette, sanza avervi su pure un segnuzzo di bruttura in alcuna parte. [43] E quelli che arrecano i piattelli o porgono la coppa, diligentemente si astenghino in quell'ora da sputare, da tossire e, più, da starnutire, perciò che in simili atti tanto vale, e così noia i signori, la sospettione, quanto la certezza; e perciò procurino i famigliari di non dar cagione a' padroni di sospicare, perciò che quello che poteva adivenire così noia come se egli fosse avenuto. [44] E se talora averai posto a scaldare pera d'intorno al focolare, o arrostito pane in su la brage, tu non vi dèi soffiare entro (perché egli sia alquanto ceneroso), perciò che si dice che mai vento non fu sanza acqua; anzi tu lo dèi leggiermente percuotere nel piattello o con altro argomento scuoterne la cenere. [45] Non offerirai il tuo moccichino (come che egli sia di bucato) a persona: perciò che quegli a cui tu lo proferi nol sa, e potrebbelsi avere a schifo. [46] Quando si favella con alcuno, non se gli dèe l'uomo avicinare sì che se gli aliti nel viso, perciò che molti troverai che non amano di sentire il fiato altrui, quantunque cattivo odore non ne venisse. [47] Questi modi et altri simili sono spiacevoli e vuolsi schifargli, perciò che posson noiare alcuno de' sentimenti di coloro co' quali usiamo, come io dissi di sopra. [48] Facciamo ora mentione di quelli che, sanza noia d'alcuno sentimento, spiacciono allo appetito delle più persone quando si fanno. VI [49] Tu dèi sapere che gli uomini naturalmente appetiscono più cose e varie, perciò che alcuni vogliono sodisfare all'ira, alcuni alla gola, altri alla libidine et altri alla avaritia et altri ad altri appetiti; ma, in comunicando solamente infra di loro, non pare che chiegghino, né possano chiedere né appetire, alcuna delle sopradette cose, con ciò sia che elle non consistano nelle maniere o ne' modi e nel favellar delle persone, ma in altro. [50] Appetiscono adunque quello che può concèder loro questo atto del comunicare insieme; e ciò pare che sia benivolenza, onore e sollazzo, o alcuna altra cosa a queste simigliante. [51] Per che non si dèe dire né fare cosa per la quale altri dia segno di poco amare o di poco apprezzar coloro co' quali si dimora. [52] Laonde poco gentil costume pare che sia quello che molti sogliono usare, cioè di volentieri dormirsi colà dove onesta brigata si segga e ragioni, perciò che, così facendo, dimostrano che poco gli apprezzino e poco lor caglia di loro e de' loro ragionamenti, sanza che chi dorme, massimamente stando a disagio, come a coloro convien fare, suole il più delle volte fare alcun atto spiacevole ad udire o a vedere: e bene spesso questi cotali si risentono sudati e bavosi. [53] E per questa cagione medesima il drizzarsi ove gli altri seggano e favellino e passeggiar per la camera pare noiosa usanza. [54] Sono ancora di quelli che così si dimenano e scontorconsi e prostendonsi e sbadigliano, rivolgendosi ora in su l'un lato et ora in su l'altro, che pare che li pigli la febre in quell'ora: segno evidente che quella brigata con cui sono rincresce loro. [55] Male fanno similmente coloro che ad ora ad ora si traggono una lettera della scarsella e la leggono; peggio ancora fa chi, tratte fuori le forbicine, si dà tutto a tagliarsi le unghie, quasi che egli abbia quella brigata per nulla e però si procacci d'altro sollazzo per trapassare il tempo. [56] Non si deono anco tener quei modi che alcuni usano: cioè cantarsi fra' denti o sonare il tamburino con le dita o dimenar le gambe; perciò che questi così fatti modi mostrano che la persona sia non curante d'altrui. [57] Oltre a ciò, non si vuol l'uom recare in guisa che egli mostri le spalle altrui, né tenere alto l'una gamba sì che quelle parti che i vestimenti ricuoprono si possano vedere: perciò che cotali atti non si soglion fare, se non tra quelle persone che l'uom non riverisce. [58] Vero è che se un signor ciò facesse dinanzi ad alcuno de' suoi famigliari, o ancora in presenza d'un amico di minor conditione di lui, mostrerebbe non superbia, ma amore e dimestichezza. [59] Dèe l'uomo recarsi sopra di sé e non appoggiarsi né aggravarsi addosso altrui; e, quando favella, non dèe punzecchiare altrui col gomito, come molti soglion fare ad ogni parola, dicendo: - Non dissi io vero? - - Eh, voi? - - Eh, messer tale? - (e tuttavia vi frugano col gomito). VII [60] Ben vestito dèe andar ciascuno, secondo sua conditione e secondo sua età, perciò che, altrimenti facendo, pare che egli sprezzi la gente: e perciò solevano i cittadini di Padova prendersi ad onta quando alcun gentiluomo vinitiano andava per la loro città in saio, quasi gli fosse aviso di essere in contado. [61] E non solamente vogliono i vestimenti essere di fini panni, ma si dèe l'uomo sforzare di ritrarsi più che può al costume degli altri cittadini, e lasciarsi volgere alle usanze; come che forse meno commode o meno leggiadre che le antiche per aventura non erano, o non gli parevano a lui. [62] E se tutta la tua città averà tonduti i capelli, non si vuol portar la zazzera, o, dove gli altri cittadini siano con la barba, tagliarlati tu: perciò che questo è un contradire agli altri, la qual cosa (cioè il contradire nel costumar con le persone) non si dèe fare, se non in caso di necessità, come noi diremo poco appresso, imperò che questo innanzi ad ogni altro cattivo vezzo ci rende odiosi al più delle persone. [63] Non è adunque da opporsi alle usanze comuni in questi cotali fatti, ma da secondarle mezzanamente, acciò che tu solo non sii colui che nelle tue contrade abbia la guarnaccia lunga fino in sul tallone, ove tutti gli altri la portino cortissima poco più giù che la cintura. [64] Perciò che, come aviene a chi ha il viso forte ricagnato, che altro non è a dire che averlo contra l'usanza, secondo la quale la natura gli fa ne' più, che tutta la gente si rivolge a guatar pur lui; così interviene a coloro che vanno vestiti non secondo l'usanza de' più, ma secondo l'appetito loro, e con belle zazzere lunghe, o che la barba hanno raccorciata o rasa, o che portano le cuffie o certi berrettoni grandi alla tedesca; ché ciascuno si volge a mirarli e fassi loro cerchio, come a coloro i quali pare che abbiano preso a vincere la pugna incontro a tutta la contrada ove essi vivono. [65] Vogliono essere ancora le veste assettate e che bene stiano alla persona, perché coloro che hanno le robe ricche e nobili, ma in maniera sconcie che elle non paiono fatte a lor dosso, fanno segno dell'una delle due cose: o che eglino niuna consideratione abbiano di dover piacere né dispiacere alle genti, o che non conoscano che si sia né gratia né misura alcuna. [66] Costoro adunque co' loro modi generano sospetto negli animi delle persone con le quali usano che poca stima facciano di loro; e perciò sono mal volentier ricevuti nel più delle brigate, e poco cari avutivi. VIII [67] Sono poi certi altri che più oltra procedono che la sospettione, anzi vengono a' fatti et alle opere sì che con esso loro non si può durare in guisa alcuna, perciò che eglino sempre sono l'indugio, lo sconcio et il disagio di tutta la compagnia, i quali non sono mai presti, mai sono in assetto né mai a lor senno adagiati. [68] Anzi, quando ciascuno è per ire a tavola e sono preste le vivande e l'acqua data alle mani, essi chieggono che loro sia portato da scrivere o da orinare o non hanno fatto essercitio, e dicono: - Egli è buon'ora! - - Ben potete indugiare un poco sì - - Che fretta è questa stamane? - e tengono impacciata tutta la brigata, sì come quelli che hanno risguardo solo a se stessi et all'agio loro, e d'altrui niuna consideratione cade loro nell'animo. [69] Oltre a ciò, vogliono in ciascuna cosa essere avantaggiati dagli altri, e coricarsi ne' migliori letti e nelle più belle camere, e sedersi ne' più comodi e più orrevoli luoghi, e prima degli altri essere serviti et adagiati; a' quali niuna cosa piace già mai, se non quello che essi hanno divisato, a tutte l'altre torcono il grifo, e par loro di dovere essere attesi a mangiare, a cavalcare, a giucare, a sollazzare. [70] Alcuni altri sono sì bizzarri e ritrosi e strani, che niuna cosa a lor modo si può fare, e sempre rispondono con mal viso, che che loro si dica, e mai non rifinano di garrire a' fanti loro e di sgridargli, e tengono in continua tribolatione tutta la brigata: [71] - A bell'ora mi chiamasti stamane! - - Guata qui, come tu nettasti ben questa scarpetta! - et anco: - Non venisti meco alla chiesa; bestia, io non so a che io mi tenga che io non ti rompa cotesto mostaccio! -; modi tutti sconvenevoli e dispettosi, i quali si deono fuggire come la morte, perciò che, quantunque l'uomo avesse l'animo pieno di umiltà, e tenesse questi modi non per malitia, ma per trascuraggine e per cattivo uso, non di meno, perché egli si mostrerebbe superbo negli atti di fuori, converrebbe ch'egli fosse odiato dalle persone, imperò che la superbia non è altro che il non istimare altrui, e (come io dissi da principio) ciascuno appetisce di essere stimato, ancora che egli no 'l vaglia. [72] Egli fu, non ha gran tempo, in Roma un valoroso uomo e dotato di acutissimo ingegno e di profonda scienza, il quale ebbe nome m(esser) Ubaldino Bandinelli. [73] Costui solea dire che qualora egli andava o veniva da palagio, come che le vie fossero sempre piene di nobili cortigiani e di prelati e di signori e parimente di poveri uomini e di molta gente mezzana e minuta, non di meno a lui non parea d'incontrar mai persona che da più fosse, né da meno, di lui: e sanza fallo pochi ne potea vedere che quello valessero che egli valea, avendo risguardo alla virtù di lui, che fu grande fuor di misura; ma tuttavia gli uomini non si deono misurare in questi affari con sì fatto braccio, e deonsi più tosto pesare con la stadera del mugnaio che con la bilancia dell'orafo; et è convenevol cosa lo esser presto di accettarli non per quello che essi veramente vagliono, ma, come si fa delle monete, per quello che corrono. [74] Niuna cosa è adunque da fare nel cospetto delle persone alle quali noi desideriamo di piacere, che mostri più tosto signoria che compagnia, anzi vuole ciascun nostro atto avere alcuna signification di riverenza e di rispetto verso la compagnia nella quale siamo. [75] Per la qual cosa, quello che fatto a convenevol tempo non è biasimevole, per rispetto al luogo et alle persone è ripreso: come il dir villania a' famigliari e lo sgridargli (della qual cosa facemmo di sopra mentione) e molto più il battergli, con ciò sia cosa che ciò fare è un imperiare et essercitare sua giurisdittione; la qual cosa niuno suol fare dinanzi a coloro ch'egli riverisce, sanza che se ne scandaleza la brigata e guastasene la conversatione, e maggiormente se altri ciò farà a tavola, che è luogo d'allegrezza e non di scandalo. [76] Sì che cortesemente fece Currado Gianfigliazzi di non moltiplicare in novelle con Chichibio per non turbare i suoi forestieri, come che egli grave castigo avesse meritato, avendo più tosto voluto dispiacere al suo signore che alla Brunetta; e se Currado avesse fatto ancora meno schiamazzo che non fece, più sarebbe stato da commendare, ché già non conveniva chiamar messer Domenedio che entrasse per lui mallevadore delle sue minaccie, sì come egli fece. [77] Ma, tornando alla nostra materia, dico che non istà bene che altri si adiri a tavola, che che si avenga; et adirandosi no 'l dèe mostrare, né del suo cruccio dèe fare alcun segno, per la cagion detta dinanzi, e massimamente se tu arai forestieri a mangiar con esso teco, perciò che tu gli hai chiamati a letitia, et ora gli attristi; con ciò sia che, come gli agrumi che altri mangia, te veggente, allegano i denti anco a te, così il vedere che altri si cruccia turba noi. IX [78] Ritrosi sono coloro che vogliono ogni cosa al contrario degli altri, sì come il vocabolo medesimo dimostra; ché tanto è a dire «a ritroso» quanto «a rovescio». Come sia adunque utile la ritrosia a prender gli animi delle persone et a farsi ben volere, lo puoi giudicare tu stesso agevolmente, poscia che ella consiste in opporsi al piacere altrui, il che suol fare l'uno inimico all'altro, e non gli amici infra di loro. [79] Per che, sforzinsi di schifar questo vitio coloro che studiano di essere cari alle persone, perciò che egli genera non piacere né benivolenza, ma odio e noia: anzi conviensi fare dell'altrui voglia suo piacere, dove non ne segua danno o vergogna, et in ciò fare sempre e dire più tosto a senno d'altri che a suo. [80] Non si vuole essere né rustico né strano, ma piacevole e domestico, perciò che niuna differenza sarebbe dalla mortine al pungitopo, se non fosse che l'una è domestica e l'altro salvatico. [81] E sappi che colui è piacevole i cui modi sono tali nell'usanza comune, quali costumano di tenere gli amici infra di loro, là dove chi è strano pare in ciascun luogo «straniero», che tanto viene a dire come «forestiero»; sì come i domestici uomini, per lo contrario, pare che siano ovunque vadano conoscenti et amici di ciascuno. Per la qual cosa conviene che altri si avezzi a salutare e favellare e rispondere per dolce modo e dimostrarsi con ogniuno quasi terrazzano e conoscente. [82] Il che male sanno fare alcuni che a nessuno mai fanno buon viso e volentieri ad ogni cosa dicon di no e non prendono in grado né onore né carezza che loro si faccia, a guisa di gente, come detto è, straniera e barbara: non sostengono di esser visitati et accompagnati e non si rallegrano de' motti né delle piacevolezze, e tutte le proferte rifiutano. [83] - Messer tale m'impose dianzi che io vi salutassi per sua parte - - Che ho io a fare de' suoi saluti? - e - Messer cotale mi dimandò come voi stavate - - Venga, e sì mi cerchi il polso! -: sono adunque costoro meritamente poco cari alle persone. [84] Non istà bene di essere maninconoso né astratto là dove tu dimori; e come che forse ciò sia da comportare a coloro che per lungo spatio di tempo sono avezzi nelle speculationi delle arti che si chiamano, secondo che io ho udito dire, liberali, agli altri sanza alcun fallo non si dèe consentire: anzi, quelli stessi, qualora vogliono pensarsi, farebbono gran senno a fuggirsi dalla gente. X [85] L'esser tenero e vezzoso anco si disdice assai, e massimamente agli uomini, perciò che l'usare con sì fatta maniera di persone non pare compagnia, ma servitù: e certo alcuni se ne truovano che sono tanto teneri e fragili, che il vivere e dimorar con esso loro niuna altra cosa è che impacciarsi fra tanti sottilissimi vetri: così temono essi ogni leggier percossa, e così conviene trattargli e riguardargli. [86] I quali così si crucciano, se voi non foste così presto e sollecito a salutargli, a visitargli, a riverirgli et a risponder loro, come un altro farebbe di una ingiuria mortale; e se voi non date loro così ogni titolo appunto, le querele asprissime e le inimicitie mortali nascono di presente: [87] - Voi mi diceste «messere» e non «signore»! - e - Perché non mi dite voi «V(ostra) S(ignoria)»? Io chiamo pur voi il «signor tale», io! - et anco - Non ebbi il mio luogo a tavola - et - Ieri non vi degnaste di venir per me a casa, come io venni a trovar voi l'altr'ieri: questi non sono modi da tener con un mio pari -. [88] Costoro veramente recano le persone a tale che non è chi gli possa patir di vedere, perciò che troppo amano sé medesimi fuor di misura et, in ciò occupati, poco di spatio avanza loro di potere amare altrui. [89] Sanza che, come io dissi da principio, gli uomini richieggono che nelle maniere di coloro co' quali usano sia quel piacere che può in cotale atto essere; ma il dimorare con sì fatte persone fastidiose, l'amicitia delle quali sì leggiermente, a guisa d'un sottilissimo velo, si squarcia, non è usare, ma servire, e perciò non solo non diletta, ma ella spiace sommamente: questa tenerezza adunque e questi vezzosi modi si voglion lasciare alle femine.